di e con Gianluca Di Lauro; drammaturgia e regia Marcela Serli; assistente alla regia Caterina Simonelli; luci e suono Morena e Beppe Sordi; 

Don Giovanni si nasce o si diventa? Si diventa. No, si nasce. Un po’ tutt’e due, è la vita che ti ci porta, se tu sei disposto, naturalmente. Don Giovanni vive anche nel XXI secolo, eccome se ci vive, nonostante le encicliche papali, nonostante ogni sera finisca all’inferno attraverso la botola di un palcoscenico, nonostante tutto.

Giovanni crede che due più due fa quattro. E basta.

Giovanni seduce le donne. E le donne vogliono farsi sedurre da Giovanni.

Giovanni vuole accasarsi una volta per tutte, ma odia troppo i centri commerciali.

Giovanni non ti cede il passo, agisce con urgenza e per urgenza.

Giovanni si trasforma.

Giovanni non cerca di cambiarti, tu non cercare di cambiare lui.

Giovanni è ipocrita e quindi alla moda, come gran parte del mondo.

Giovanni è un dissoluto in attesa di giudizio.

Note

Ho costruito questa storia dopo che Gianluca mi ha chiamata proponendomi di lavorare sul Don Giovanni. Un mito troppo esteso nei secoli per poterne parlare, per me che sono nata in questo di secolo e che sono una donna? Invece no! Studiandolo e lavorandoci sopra ho capito che è proprio un personaggio che appartiene al mio mondo, alla mia vita, alla mia stessa persona, a me. Due temi in particolare che ho sentito subito vicini: l’amare spregiudicato e l’ateismo. Pensando a queste due tematiche non ho potuto fare a meno di pensare all’attuale Papa e ai suoi pensieri sulla famiglia. Non ho potuto fare a meno di pensare alla libertà sessuale, al tradimento, all’inganno, alla fede, al decidere o non decidere da che parte stare… Così è diventato fondamentale parlare di un possibile Don Giovanni di oggi. Oggi chi è Don Giovanni? Ho tentato di rispondere a questa e ad altre domande, domande che avevano sempre presente chi sono io rispetto a questo personaggio. Così ho proposto a Gianluca una struttura e una serie di personaggi sui quali mi interessava lavorare. Personaggi nei quali ci si possa riconoscere ma che sappiano anche diventare epici e staccarsi da noi. Cercando disperatamente e l’urgenza e l’attualità di queste tematiche, ho dovuto lavorare molto sui miei desideri. Toccare i nostri veri desideri può essere tremendo ma è sicuramente il luogo dove mi sono incontrata con Don Giovanni. Questa è la storia di un Giovanni qualunque che un giorno, per una serie di motivi, diventa Don Giovanni. Uno di noi che prima o poi è un Don Giovanni. È così che ho deciso di costruire anche uno spazio adatto a un mattatore, a un domatore, a un torero, ma anche uno spazio adatto a coloro che lo amano, a coloro che lo aspettano da sempre. Un luogo dell’attesa. Giovanni è la metafora di una “possibilità” in caduta libera. È voler far compiere i nostri desideri in un tempo e in un luogo sbagliato. È essere “avanti” ma essere circondati da un presente troppo indietro.

Marcela Serli

Quando ho iniziato a lavorare sul mito di Don Giovanni cercavo qualcosa di urgente, di molto vicino a me che sentissi di poter portare in scena con un monologo, un personaggio di cui potessi condividere desideri e interrogativi: non ho perso molto tempo ed ho scelto lui. E’ capitato anche a me di pensare che una volta piantata la bandiera non resta più niente da dire o da volere, che tutto il bello degli amori sta nell’inizio. Non è facile. Da un lato me ne compiaccio, senz’altro mi trovo sincero, dall’altro temo che non mi fermerò mai per, infine, restare solo? Penso che l’uomo sia libertino e la donna anche, penso che a condannarli sia una morale bigotta. Viviamo in una società voyeurista, la gente viene ricattata con foto “compromettenti”, la libertà sessuale è sanzionata dalla morale e si soffocano amori e passioni nel buio e nel dramma di una vita “sbagliata”, penso a quanto si dice oggi della forma attuale di famiglia, che sta scoppiando ed è agonizzante, provo per un secondo, per scherzo, a cercare di liberarmi da questa struttura che a noi sembra naturale esistere per concludere che, semplicemente, non è naturale. E continuo a domandarmi: chi è un libertino? E’ la sua condotta disdicevole? E se lo è, per chi lo è? Per Dio? Io credo in Dio? Sì, in fondo sì, ci credo, al mio Dio, al quale lancio, quando la vita diventa troppo dura da sopportare da solo, le mie grida di dolore o di speranza. Insomma io uso Dio esattamente per ciò che gli uomini se lo sono inventato. Don Giovanni ama la scienza, la matematica, la geometria, la seduzione. Anch’io. Da questi pensieri e dall’incontro con Marcela è nato Giovanni. Giovanni vive sulla frontiera, è un borderliner; un ottimo interlocutore per chiunque voglia un confronto sui temi del rapporto tra tempo ed eternità, del confine tra identità ed alterità, della relazione tra i precetti cattolici e la laica affermazione della ragione e delle concezioni di amore, passione, seduzione, sessualità e libertà.

Gianluca Di Lauro
 
Recensioni
“Giovanni è il bambino coccolato dalla madre, è l’adolescente che la madre non riconosce più, è il compagno di conquiste dello Sgangia, è il seduttore che coltiva tre relazioni contemporaneamente, è il desiderio nascosto del buon padre di famiglia che si reca nelle discoteche per trasmettere ai ragazzi gli insegnamenti di Benedetto XVI sull’amore, è -delle discoteche- l’annoiato sovrano, è il bevitore di intrugli e di donne, è -infine- Don Juan Tenorio, il gentiluomo di Mozart e Da Ponte.
E tutto questo diventa corpo e azione attraverso un solo, eccellente, attore e su una scena spoglia ma raffinata nei suoi pochi oggetti, movimenti e musiche. Fondamentali queste ultime, da Piero Ciampi alla Tekno. Gianluca Di Lauro e Marcela Serli riescono soprattutto a trasmettere la frenesia di un personaggio che non può star fermo, mai. Perché l’immobilità è morte. Giovanni desidera, conquista e abbandona, secondo il più noto degli schemi. Ma è la morte che vorrebbe sedurre.  Non potendo, moltiplica il suo corpo nelle altre, affinché in loro qualcosa di sé rimanga ancora vivo. Per sempre. E così è.”

29 ottobre 2008 – Prof. Giovanni Alberto Biuso su www.biuso.eu

“…E’ uno spettacolo divertente e doloroso. Un padre che tiene corsi prematrimoniali in una parrocchia e cita pretescamente Benedetto XVI e i suoi discorsi su coppie di fatto, sessualità, matrimonio, castità… con un figlio che sta crescendo, in lotta e in coppia con i propri ormoni. Se vogliamo la linea non è nuova. Però qui è percorsa con intelligenza e con forza, perché è percorsa dall’interno dei personaggi. E diventa evidente quanto le due strade non siano nemmeno in conflitto: semplicemente non si incontrano.
    Alle parole di Benedetto XVI non rispondono altre parole: risponde l’urgenza della natura, che non fa polemiche e non ha ideologie: è se stessa semplicemente. Poi il ragazzo cresce, e tutto ciò che era scoperta, avventura, emozione limpida e coinvolgente, diventa ripetizione, stanchezza, disperazione. Certo che c’è la mancanza di un riferimento di senso che argini  il disastro e ripari dalla solitudine, ma questo riferimento sembra non trovarsi. Con un padre che rinuncia al proprio ruolo e si fa schermo con le encicliche, con tutta questa bellezza così facile da cogliere per Giovanni, sprofondiamo gradualmente nella catastrofe del padre e del figlio.
    Come ha potuto una generazione accettare incondizionatamente il libretto di istruzioni del Vaticano, che non ha mai tenuto conto della vita ? E come pensa di riuscire a trovare una strada per vivere quest’altra generazione, che rifiuta di collocare la parola futuro all’interno della parola progetto ? C’è una battuta intorno alla quale ruota il dilemma del non incontro tra due strade perdenti. E’ proprio di Benedetto XVI: “In questo l’uomo diventa simile a Dio: nella misura in cui diventa qualcuno che ama”. Fin troppo evidente l’equivoco che solleva, detta così potrebbe essere il manifesto della vita di Giovanni il dissoluto o il suo esatto contrario.
    Proprio sull’amore rimane la sensazione più desolante. E’ qui che brilla l’intelligenza della regia di Marcela, che Gianluca porta alla vita con grande talento e con generosità: la totale assenza d’amore. Un padre che ama Benedetto XVI più di suo figlio, un figlio che ama le donne più di se stesso e che alla fine non ama nemmeno quelle. Una rabbia latente e strisciante che scorre in tutti i personaggi.”

2 luglio 2008 – Giovanni Covini su www.giovannicovini.it

 

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